Caso Delmastro Segreto di Stato e Segreto d’ufficio

Il segreto di stato
Il segreto di Stato è un vincolo posto dal Presidente del Consiglio dei ministri – mediante apposizione, opposizione, o conferma dell’opposizione – su atti, documenti, notizie, attività, cose e luoghi la cui conoscenza non autorizzata può danneggiare gravemente gli interessi fondamentali dello Stato. Si tratta di un atto politico che può essere disposto esclusivamente dal Presidente del Consiglio dei Ministri in quanto vertice del potere esecutivo. La costruzione dell’istituto – concepito quale elemento di tenuta dell’intero sistema democratico – è volta, da un lato, attraverso la previsione di limiti e garanzie, a circoscrivere e regolare l’utilizzo del segreto di Stato, dall’altro ad assicurarne l’effettività, limitando l’accesso alle notizie tutelate da questo vincolo ad un numero estremamente ristretto di soggetti. In tale quadro il legislatore ha disciplinato anche il rapporto tra segreto di Stato e processo penale, stabilendo che l’esistenza del segreto di Stato impedisce all’Autorità giudiziaria l’acquisizione e l’utilizzo, anche indiretto, delle notizie sottoposte al vincolo, fermo restando la possibilità per il giudice di ricorrere ad altri strumenti di prova, purché gli stessi non incidano sul medesimo oggetto. Pertanto, il segreto di Stato:
– impedisce all’Autorità giudiziaria l’acquisizione e l’utilizzazione delle notizie sulle quali è apposto;
– si differenzia dalle classifiche di segretezza, la cui attribuzione ha natura di atto amministrativo, che non sono opponibili all’Autorità giudiziaria.
Quanto ai limiti e alle garanzie, la legge 124/2007 esclude tassativamente che il segreto di Stato possa riguardare informazioni
– relative a fatti eversivi dell’ordine costituzionale o concernenti terrorismo, delitti di strage, associazione a delinquere di stampo mafioso, scambio elettorale di tipo politico-mafioso
– limita la durata del vincolo a 15 anni, ulteriormente prorogabili dal Presidente del Consiglio dei ministri per un periodo che non può complessivamente superare i 30 anni
– impone al Presidente del Consiglio dei ministri di comunicare i casi di conferma dell’opposizione del segreto di Stato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, indicandone le ragioni essenziali.
Su richiesta del Presidente del COPASIR, il Presidente del Consiglio dei ministri è tenuto a esporre, in una seduta segreta, il quadro informativo idoneo a consentire l’esame nel merito della conferma dell’opposizione del segreto di Stato. Se ritiene infondata l’opposizione, il Comitato ne riferisce a ciascuna delle Camere per le conseguenti valutazioni fa obbligo al Presidente del Consiglio dei ministri di motivare l’opposizione e la conferma dell’opposizione del segreto di Stato. Avverso tali atti può essere sollevato un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale, cui il segreto non può in alcun caso essere opposto Infine, la legge 124/2007 dispone che, nel caso in cui l’opposizione del segreto di Stato determini un contrasto con l’Autorità giudiziaria, a decidere debba essere la Corte Costituzionale, organo nei cui confronti il segreto di Stato non può essere mai opposto.

Il Segreto d’ufficio

Il dovere, imposto agli impiegati pubblici, di non comunicare all’esterno dell’amministrazione notizie o informazioni di cui siano venuti a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni, ovvero che riguardino l’attività amministrativa in corso di svolgimento o già conclusa. Nell’ambito del diritto amministrativo, la disciplina del segreto d’ufficio, inizialmente prevista nel R.D. n. 2960/1923, è ora contenuta nell’art. 15 del d.P.R. n. 3/1957, la cui formulazione originaria era espressione di un contesto socio-normativo improntato al principio della segretezza dell’azione amministrativa.
In seguito, la l. n. 241/1990 (art. 22 e ss.) ha riconosciuto il diritto di accesso ai documenti amministrativi come principio generale dell’attività amministrativa, volto ad assicurarne l’imparzialità e la trasparenza, riformulando il testo del citato art. 15. Di conseguenza, non si verifica una violazione del segreto d’ufficio quando la comunicazione di un’informazione o di una notizia avvenga nel rispetto delle norme sul diritto di accesso e all’impiegato pubblico è consentito rilasciare copie ed estratti di documenti nei casi non vietati dall’ordinamento. Inoltre, rispetto alla previgente disciplina, il divieto di divulgazione trova applicazione anche in assenza della possibilità che si verifichi un danno per la pubblica amministrazione. Peraltro, nell’ambito della riforma del rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni e con la sottoscrizione dei contratti collettivi di lavoro che ne disciplinano i relativi istituti, il rispetto del segreto d’ufficio è stato inserito fra gli obblighi posti a carico del dipendente pubblico per il corretto svolgimento della prestazione lavorativa, al fine di evitare l’utilizzo a fini privati di informazioni e, quindi, comportamenti che possano ledere l’immagine dell’amministrazione.

Articolo 326 Codice Penale
(R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398)
[Aggiornato al 14/12/2024]
Rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio
Dispositivo dell’art. 326 Codice Penale
Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni(1).
Se l’agevolazione(2) è soltanto colposa, si applica la reclusione fino a un anno.
Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, per procurare a sé o ad altri un indebito profitto patrimoniale, si avvale illegittimamente di notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, è punito con la reclusione da due a cinque anni. Se il fatto è commesso al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto non patrimoniale o di cagionare ad altri un danno ingiusto, si applica la pena della reclusione fino a due anni(3).
Note
(1) Il primo comma sanziona le condotte di rivelazione di notizie d’ufficio e di agevolazione non colposa della conoscenza di queste. Si ricordi che non è punibile il terzo che apprende o si limita ad apprendere la notizia, in quanto assiste alla rivelazione o è stato agevolato nel procurarsene la conoscenza (concorso necessario improprio).
(2) Per agevolazione si intende la condotta con cui uno in qualsiasi modo, anche omissivo, rende possibile o più agevole a chi non h il diritto o la competenza procurarsi per via autonoma la conoscenza della notizia.
(3) Il carattere indebito o ingiusto rafforzano la funzione selettiva del dolo secondo alcuni autori, altri invece lo ritengono inutile ai fin della descrizione della fattispecie.
Spiegazione dell’art. 326 Codice Penale
Il bene giuridico tutelato è la segretezza delle notizie di esclusivo dominio della Pubblica Amministrazione.
Ai fini della configurabilità del delitto in oggetto è necessaria, oltre ala rivelazione o alla facilitazione della rivelazione di notizie segrete, anche la violazione di doveri inerenti alla funzioni o al servizio.

Va sottolineato che la norma risulta di scarsissima applicazione in seguito alla ”apertura” della giurisprudenza e della legislazione amministrativa verso i privati con riguardo ai documenti amministrativi, grazie agli istituti dell’accesso documentale ed alla figura del difensore civico, che, tendendo ad una P.A. come “casa di vetro”, hanno fatto sì che i documenti qualificabili come segreti siano rimasti sempre meno.

Al secondo comma è prevista una fattispecie di natura colposa, qualora il pubblico funzionario non abbia permesso la rivelazione delle notizie in maniera dolosa.

Al terzo comma sono invece disciplinate altre due fattispecie aggravate, qualora il soggetto pubblico si avvalga delle notizie per conseguire un indebito profitto patrimoniale, oppure qualora il fatto sia commesso per conseguire un ingiusto profitto non patrimoniale (ad es. per mera curiosità) o per causare ad altri un danno ingiusto.

Corso ANCIS in “Sicurezza urbana”: l’elaborato del socio Alfonso Raiola

L’Associazione Nazionale Consulenti Intelligence & Security persegue nella sua mission di promuovere costantemente programmi formativi e di aggiornamento per i soci, ed anche per i non iscritti.

Il professionista associato Alfonso Raiola, al termine del corso in “Sicurezza urbana”, ha prodotto il seguente elaborato.

La sicurezza urbana è strettamente correlata al contesto socioculturale. L’obiettivo è quello di garantire una buona qualità della vita ai cittadini attraverso il pieno godimento dello spazio urbano. Aspetti fondamentali della sicurezza urbana sono: l’inclusione sociale, la quale
deve garantire l’inserimento di ciascun individuo all’interno della società indipendentemente dalla presenza di disabilità o povertà; la riqualificazione socioculturale, specialmente nelle aree meno centrali delle città.

Queste operazioni influiscono positivamente sulla qualità di vita dei cittadini, i quali, in un ambiente “sicuro” e pulito, tendono a relazionarsi tra loro ed a rispettare l’ambiente che li circonda. L’atteggiamento di un individuo, purtroppo, varia in base all’ambiente che lo attornia. Tendenzialmente (per semplificare) l’uomo non sporca ove c’è ordine e pulizia ma non esita a sporcare dove c’è incuria.

La sicurezza urbana ricopre un posto talmente importante nella vita dei cittadini tale da essere regolamentata dall’articolo 4 della legge 48 che recita testualmente: “…si intende per sicurezza urbana il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città, da perseguire anche attraverso interventi di riqualificazione e recupero delle aree o dei siti più degradati, l’eliminazione dei fattori di marginalità e di esclusione sociale, la prevenzione della criminalità, in particolare di tipo predatorio, la promozione del rispetto della legalità e l’affermazione di più elevati livelli di coesione sociale e convivenza civile, cui concorrono prioritariamente, anche con interventi integrati, lo Stato, le Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano e gli enti locali, nel rispetto delle rispettiva competenze e funzioni”.

Tutti i cittadini, consapevoli dell’importanza che la sicurezza urbana ricopre nelle loro vite e sentendosi direttamente responsabili della loro sicurezza, possono partecipare a rendere più sicure le loro città, collaborando con le forze dell’ordine basandosi su un concetto di “sicurezza partecipata”.

Un valido esempio è rappresentato dai gruppi di “Controllo del vicinato”, ossia cittadini residenti in una determinata zona che partecipano e collaborano con le forze di polizia. Essi promuovono la sicurezza urbana attraverso la solidarietà tra i cittadini stessi, allo scopo di ridurre la frequenza di reati contro la proprietà (e le persone), segnalando alle forze di polizia situazioni inusuali o comportamenti sospetti. Ognuno, insomma, deve tentare di fare la sua parte allargando il concetto di “Sicurezza” ad uno più ampio, chiamato “SICUREZZA PARTECIPATA ED
INTEGRATA”.

Naturalmente, il ruolo principale e fondamentale viene ricoperto dalla scuola e dalla famiglia. Come afferma Kant: “La bestia è già resa perfetta dall’istinto… L’uomo invece… non possiede un istinto e deve quindi formulare da sé il piano del proprio modo di agire… La specie umana deve esprimere con le sue forze e da se stessa le doti proprie dell’umanità. Una generazione educa l’altra… L’uomo può diventare
tale solo con l’educazione”.

Parola ai soci: Andrea Mariuz

Ritorna la rubrica dedicata alla voce degli associati ANCIS – Associazione Nazionale Consulenti Intelligence & Security.
Oggi conosciamo un nuovo socio, il dott. Andrea Mariuz, 
Colonnello in congedo dell’Arma dei  Carabinieri, con trentennale servizio effettivo come Sottufficiale ed Ufficiale, maturando esperienze nel tra le altre cose nel Nucleo Operativo, Polizia Militare e tutela del segreto.

 

1 – Cosa vuol dire per te Sicurezza?

Sicurezza vuol dire prevedere e prevenire l’evento avverso che può arrecare danno più meno significativo a persone cose o organizzazioni umane determinando una perdita tangibile degli  obiettivi della organizzazione di riferimento, con metodi e procedure che limitano se non abbattono il rischio che lo stesso evento  avverso si concretizzi.

Con queste premesse il campo di applicazione è indubbiamente vasto ed eterogeneo. Oggigiorno qualsiasi organizzazione di persone, produttiva, economica e di servizio è proiettata a considerare con sempre maggior peso l’incidenza dei fattori avversi considerandoli come danno economico alla struttura o alla organizzazione o per quel elemento che rallenta o inibisce il raggiungimento degli obiettivi prefissati (anche con danno di immagine).

Ne discende che i campi su cui concretamente operare, in una prospettiva di valutazione del rischio, per incrementare la sicurezza dei comportamenti e delle attività, compenetra in diverse banche e tematiche che riguardano la materia della sicura esecuzione di un lavoro (metodi –sistemi – procedure), il rapporto relazionale delle persone addette (metodi – procedure – expertise), la scelta di protocolli, di strategie, di condotte considerate più idonee ed opportune per evitare ogni evento avverso (gestione dello spazio nel tempo).

Da qui, non sono solo da considerarsi gli aspetti più tradizionali sul tema: cioè sicurezza intesa come metodo e procedure di tutela delle persone, del patrimonio e del bene (in senso lato); oppure valutazione critica e analitica sui collaboratori in ragione della loro fedeltà lavorativa e capacità professionale e produttiva; o ancora  come sicurezza dell’ambiente di lavoro intesa come tutela  del luogo e delle persone che vi operano.

Con una visione più estesa si può certamente far proiettare l’osservazione  e una  valutazione ad ampio spettro che si inserisca a pieno titolo nell’ elemento procedimentale di una organizzazione umana che si è prefissata degli obiettivi. Risulta dunque conveniente far sì che ogni attività organizzata, o meno, percorra delle direttrici “sicure” o “più sicure”, cioè che allontani, in maniera tangibile, la potenziale incidenza di pericoli (anche latenti) che possono sfociare in un incidente, inconveniente, evento avverso o mancato risultato. Sicurezza come certezza, dunque; sicurezza come affidabilità; sicurezza come garanzia di risultato.

 

2 – Su cosa stai lavorando attualmente?

È personalmente interessante ricercare quali possano essere gli elementi di raccordo o quali le tematiche in cui far sovrapporre l’elemento sicurezza agli elementi di efficacia ed di efficienza necessari, nonché di tutela e preservazione del bene non disgiunto dalla puntuale ricerca degli obiettivi, qualsiasi siano gli scenari organizzativi in gioco.

Fattore umano, fattori organizzativi, ambientali e di contesto, sono le variabili di un problema su cui lavorare. Anche tra gli Alti Dirigenti d’impresa, o figure poste al vertice di un’organizzazione, si è ormai cominciato a considerare, sempre in maniera più tangibile  questi fattori, in una  prospettiva “dell’operare in modo sicuro”, come significativi e determinanti per il raggiungimento degli obiettivi  e del “buon risultato prefissato”, riconoscendo che nel percorso produttivo o di organizzazione, l’incidenza di tali fattori, se diviene positiva, produce un tangibile  avvicinamento alla massimizzazione dei risultati; se negativa  le conseguenze dirette e consequenziali producono effetti primari, secondari, collaterali e derivati – sia immediati che a medio e lungo termine.

Torna alla ribalta dunque il concetto di sicurezza in termini generali (ma meglio dire: in più direttrici) soprattutto perché spesso, a posteriori, si conclude  che l’evento avverso si poteva evitare, o quanto meno limitare nei suoi effetti. Ne consegue che le conseguenze economiche dirette e indirette, le prospettive di  evoluzione (ma anche di ripercussione) tecnica, di sviluppo e di expertise, possono essere facilmente intuibili.

 

3 – Cita un progetto inerente la sicurezza che ti riguarda professionalmente in prima persona

L’interesse di studio su queste prospettive di sicurezza, intese come certezza della buona condotta, del buon funzionamento, del buon risultato, in un processo di valutazione del minimo rischio, sono emerse ripetutamente in sfaccettature professionali e di relazione a tal punto da convincere ad un  approfondimento e dare corso a ricerche sfociate poi  in un articolo recante il tema degli incidenti organizzativi poi pubblicato da riviste di settore.

 

4 – Perchè hai scelto ANCIS?

La realtà multiforme degli addetti che operano nel settore della sicurezza (tradizionale, anche se aggiornata dal progresso tecnologico) sono tendenzialmente delineanti però in campi di intervento e modelli operativi stereotipati, tendenti a vincolare  a un approccio monocromatico. L’interscambio culturale ed esperienziale mediato da una associazione che accomuna  intenti e che accolga novità di idee,  può certamente prospettare visioni nuove arricchite da scenari complementari.

 

Biografia di Andrea Mariuz

Colonnello in congedo (della riserva) dell’Arma dei Carabinieri, con 35 anni di servizio effettivo.

Da prima nell’Arma come Sottufficiale e poi come Ufficiale, ha maturato esperienza come Comandante di Stazione, come Sottufficiale addetto al Nucleo Operativo. Mentre da Ufficiale è stato al comando dei reparti di carattere operativo e territoriale, ma anche presso Grande Unità dell’Esercito per l’impiego in comando nella Polizia Militare e tutela del segreto.

 

Parola ai soci: Giuseppe Gorga

Nuova intervista con i soci ANCIS – Associazione Nazionale Consulenti Intelligence & Security.
Il primo appuntamento di dicembre è con il dott. Giuseppe Gorga, giurista specialista in materia di privacy, GDPR, e formazione giuridico-economica sulle nuove tecnologie. 

 

1 – Cosa vuol dire per te Sicurezza?

Secondo la mia visione il termine sicurezza riguarda tutte quelle misure da adottare per evitare problematiche serie in caso di emergenza, nel mio caso emergenze di tipo cyber e quindi cyber security.

 

2 – Su cosa stai lavorando attualmente?

Sto concentrando i miei sforzi da tempo sull’elaborazione di un testo che tratta le problematiche, molto attuali purtroppo, legate al cyber terrorismo. Il libro parlerà anche dell’evoluzione della sicurezza digitale in Italia.

 

3 – Cita un progetto inerente la sicurezza che ti riguarda professionalmente in prima persona

Segnalo con piacere ed interesse un progetto pilota proposto di concerto con l’ente Juribit per la Giustizia Digitale Europea nell’ambito del Forum PA Challenge.

 

4 – Perchè hai scelto ANCIS?
Ritengo che l’Associazione Nazionale Consulenti Intelligence & Security di cui faccio parte da quest’anno, sia un’organizzazione composta da grandi professionisti del settore e fortemente dedita alla formazione professionale.

 

 

Biografia di Giuseppe Gorga
Giurista, si interessa di privacy, cyber security, diritto digitale, crimini informatici, processo telematico.

Autore di contributi a taglio professionale su giornali e riviste online per le tematiche di competenza, è componente del Comitato Scientifico dell’ente di formazione Juribit, accreditato dal Ministero della Giustizia in materia di formazione giuridica ed economica e formazione nelle nuove tecnologie.

Componente dell’Osservatorio Information Security Privacy, ha in atto collaborazioni con enti di formazione in materia di privacy e nuove tecnologie. Inoltre è consulente giuridico di numerose associazioni, enti e strutture specializzate nel settore delle nuove tecnologie.

Parola ai soci: Alfonso Raiola

Nuovo appuntamento con le interviste ai professionisti dell’ANCIS – Associazione Nazionale Consulenti Intelligence & Security. Il socio che ha risposto alle nostre domande questa settimana è Alfonso Raiola, Dirigente Operativo presso la Ottoservice Group, società di servizi di sicurezza integrati e fiduciari.

 

1 – Cosa vuol dire per te Sicurezza?
Il termine sicurezza esprime il suo concetto nell’etimologia della parola stessa. Lavorare o vivere in “sicurezza” significa essere senza preoccupazioni, prevenire quanto potrebbe avvenire in un qualsiasi sistema di cose al fine di evitare che quello stesso sistema possa produrre effetti o stati indesiderati. Il mio concetto di Sicurezza è inteso in maniera globale, mettere in campo cioè tutte le discipline tecnico-scientifiche al fine di proteggere l’incolumità di persone e strutture da eventi preterintenzionali o accidentali.

 

2 – Su cosa stai lavorando attualmente?
Attualmente sto effettuando una ricerca sui fenomeni criminali a sfondo religioso-settario legati alla mafia nigeriana (nata essa stessa alla fine degli anni Settanta come confraternita religiosa all’interno dell’Università di Benin) la quale con minacce di “maledizioni vudù” tiene sotto scacco adepti e vittime.

 

3 – Cita un progetto che stai realizzando in prima persona sulla sicurezza
Mi sto occupando della realizzazione e gestione di servizi di sicurezza passiva presso alcuni stabili plurifunzionali, servizi impostati in modo da rispondere a tutte le esigenze, sia sotto il profilo della security quanto della safety; dal controllo dei flussi di accesso al monitoraggio costante degli spazi comuni passando per la gestione ed il coordinamento delle sale operative presenti nei vari siti posti sotto la nostra sorveglianza.
Contestualmente sto collaborando con la Croce Rossa Italiana in qualità di volontario al fine di mettermi a disposizione della collettività in questo particolare, triste, momento storico.

 

4 – Perché hai scelto ANCIS?
La decisione di associarmi è motivata dal fatto che ANCIS è un’associazione riconosciuta a livello Ministeriale, offre una formazione accreditata continua e concreta, è rappresentata da ottimi e validi esperti e mi ha impressionato per la sua semplicità e la sua correttezza di informazioni, senza fronzoli ed iconografie cinematografiche varie.

 

Biografia di Alfonso Raiola
Nato nel 1974 è stato Sottocapo di Prima Classe della Marina Militare ed ha partecipato a diverse operazioni navali.
Ha esperienza decennale nel campo della sicurezza pubblica e privata, ed è un professionista nelle armi da difesa e da guerra. Pratica inoltre arti marziali quali Judo, Aikido e Krav Maga.
Nel tempo si è specializzato nelle investigazioni private, digitali forensi, e nelle tecniche della security.
È un appassionato ricercatore di storie e misteri religiosi.

Parola ai soci: Davide Sallustio

Puntata d’esordio con l’inedita rubrica dedicata agli associati ANCIS. Primo ospite ad essere intervistato è il socio Davide Sallustio, saggista e dipendente pubblico in ambito sanitario per ciò che concerne la sicurezza dei lavoratori.

 

1 – Cosa vuol dire per te Sicurezza?

La sicurezza è qualcosa di assolutamente fondamentale per la collettività, sia quando questa viene esercitata nell’ambito della sorveglianza nei luoghi di lavoro, sia quando si parla di monitoraggio del territorio, prevenzione dei fenomeni criminali e supporto nei grandi eventi pubblici di diversa rilevanza, al fine di garantire “sonni tranquilli” ai cittadini nei differenti ambiti di vita quotidiana.

Impossibile farne a meno, fondamentale poterne usufruire.

 

2 – Su cosa stai lavorando attualmente?

A prescindere dai miei studi personali sulla Geopolitica e sulla Storia dell’Intelligence, sia in ambito universitario che extra universitario, cerco di diffondere nella pratica la cultura della sicurezza a 360 gradi, quindi nei vari ambiti in cui mi muovo ogni giorno; pertanto, oltre a svolgere il mio ruolo di RLS (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza) eletto nell’ambito del Comparto sanitario ed iscritto nella relativa rete regionale della Toscana, mi sto prodigando per incentivare nel Gruppo territoriale di Lucca del Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta (CISOM), che dirigo da qualche anno a seguito della mia nomina nel ruolo da parte del Direttore Nazionale, l’esplicazione di servizi relativi alla sicurezza nell’area della Protezione Civile, Sociale e Sanitaria.

Ad esempio in passato ho prestato le mie professionalità dedicandomi a servizi di sorveglianza ed assistenza in grandi manifestazioni ed eventi benefici e poi, a seguito dell’emergenza Covid-19, mediante la collaborazione con le istituzioni regionali e comunali in check-point di controllo presenti in aeroporti, distribuzione di mascherine filtranti alla collettività, oppure facendo svolgere ai miei Volontari servizi di distanziamento sociale in luoghi di grande affluenza come uffici pubblici durante specifiche giornate o nelle chiese per lo svolgimento delle principali celebrazioni liturgiche.

 

3 – Cita un libro realizzato in prima persona sulla sicurezza 

Ad oggi come saggista avrei intenzione di completare un nuovo libro a cui sto lavorando da tempo, che lega un po’ le mie varie passioni: un volume che racconti come il complesso sistema delle informazioni, fondamentale per la sicurezza di ogni popolo o nucleo aggregato di ogni tempo, si sia evoluto a partire dall’epoca d’oro degli Ordini dell’antica cavalleria medievale, per arrivare a quella dei moderni Corpi militari e delle Agenzie deputate a tale ruolo.

Un lungo viaggio con un nuovo occhio storico, che possa collegare le preziose tecniche e sistemi del passato a quelli attualmente utilizzati.

 

4 – Perché hai scelto ANCIS?

Trovo che l’ANCIS promuova in un modo nuovo la cultura della Sicurezza e dell’Intelligence e proprio per questo possa diventare nel prossimo futuro un punto di riferimento nazionale in questo ambito, creando magari uno spazio di interconnessione sempre più stretto tra i diversi esperti del settore – siano questi professionisti o studiosi delle materie storiche, giuridiche, investigative o dell’informazione – ed aprendo pure alla possibilità della creazione di un innovativo tipo di think tank più “giovane”, fresco e fruibile agli interessati delle materie afferenti a questo affascinante mondo, che possa diventare particolarmente efficace nel confronto proprio perché maggiormente aperto, variegato e capillare rispetto ad altri già esistenti, che possiedono sì grandi potenzialità in ambito di analisi strategica dei conflitti esistenti o potenziali, ma ben poca capacità di diffondere questo tipo di cultura al grande pubblico.

 

Biografia di Davide Sallustio

Nato a Bari il 4 marzo 1978 e residente fin dall’infanzia a Lucca, dipendente pubblico di un’azienda USL Toscana ed RLS (Responsabile dei Lavoratori per la Sicurezza), si diploma geometra per poi orientarsi verso studi inerenti le Scienze Politiche e le Relazioni Internazionali presso l’Università “N. Cusano” di Roma.

Saggista di libri trattanti la Storia degli Ordini militari religiosi cavallereschi e l’Arte e Capo Gruppo di Lucca del Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta (CISOM), Sallustio si concentra anche sulla Storia dell’Intelligence e sulle tematiche inerenti la Sicurezza.

Nel 2014 pubblica con “Ritratti di Cavalieri – Il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta attraverso la pittura” (Eracle Edizioni), nel 2016 “Rapito dall’Arte – Aforismi, riflessioni e poesie su uno dei temi fondamentali della nostra esistenza” (Eracle Edizioni) e nel 2020 “Lottando contro il drago – il mito del serpente antico tra arte, santi e cavalieri, fra il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, altri sodalizi cavallereschi e misteriose leggende popolari della Toscana” (CLD Libri).

Nel 2018 scrive anche alcuni articoli di Storia e Geopolitica proprio sul sito e sulla pagina social dell’ANCIS, di cui è Socio ordinario.

All’autore sono stati concessi numerosi riconoscimenti ed appartenenze:
è Cavaliere dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Vaticano), Cavaliere d’Ufficio e due volte Medaglia d’Argento del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (Spagna), Grande Ufficiale del Real Ordine di San Michele dell’Ala (Portogallo), Cavaliere dell’Ordine Reale del Leone di Godenu e Medaglia d’Oro Pro Merito della Real Casa di Godenu (Ghana), Medaglia “Sachaischer Fluthelferorden 2013” (Germania), Benemerito dell’Associazione Cavalieri di San Silvestro, Accademico Benemerito Classe Speciale dell’Istituto di Studi Storici Beato Pio IX. È stato Delegato di Lucca dell’Accademia Bonifaciana di Anagni dal 2016 al 2017 ed è tutt’ora Socio ordinario della Società Italiana di Storia Militare (SISM) e dell’Associazione Italiana Criminologi per l’Investigazione e la Sicurezza (AICIS), nonché membro dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia (ANFI) e dell’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria (ANPPe).

recensione: Tecniche di indagine e analisi dei principali fenomeni criminali

Tecniche di indagine e analisi dei principali fenomeni criminali è la terza pubblicazione del dottor Salvatore Pignataro, socio dell’Associazione Italiana Consulenti Intelligence e Security (ANCIS).

La prima cosa che salta agli occhi dalla lettura del testo è la sua “originalità” sotto diversi punti di vista.

La stesura: una prima parte composta da contributi e spunti di riflessione fornita da figure eccellenti nel campo giuridico, ed una seconda dove vengono affrontato i vari temi riferiti al mondo delle investigazioni.

Lo stile narrativo: non riconducile agli standard classici dei manuali o della saggistica, ma quasi colloquiale come a voler fornire suggerimenti su come comportarsi in specifiche condizioni. Quasi un glossario a cui attingere e dove cercare informazioni e spiegazioni sui diversi temi trattati.

Gli argomenti scelti: che spaziano dal nuovo all’antico, creando un filo logico tra vecchie e nuove tecniche di indagine, tra reati “classici” e nuovi modelli di criminalità, soprattutto derivanti dalle moderne occasioni di delinquere fornite dall’informatica e dalla rete.

L’illustrazione dei nuovi strumenti tecnologici e non: l’utilizzo del drone sulla scienza del crimine, i “trojan virus” tanto controversi, il ruolo delle investigazioni difensive ed il nuovo spazio lasciato dal nostro ordinamento alla figura dell’investigatore privato.

Indubbiamente, anche per necessità editoriali, alcuni argomenti sono stati solo accennati, ma questo “sorvolo” su specifici temi non può che stimolare la curiosità del lettore e spingerlo, semmai, ad un successivo approfondimento. Il crimine da sempre affascina e comprendere la differenza tra fonti aperte e chiuse, tra informatore e collaboratore di giustizia, o capire cosa fa un agente sotto copertura, può aggiungere conoscenze in grado di facilitare la comprensione di fenomeni criminali, specie nel momento storico che stiamo vivendo.

Un libro, insomma, fuori dai canoni classici, ma comunque una lettura piacevole per gli addetti ai lavori ed un testo adatto anche a chi, profano della materia, ha voglia di avvicinarsi al mondo del crimine ed ai metodi per combatterlo.

 

Recensione a cura del Vice Presidente ANCIS – Valeria Lupidi

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Coronavirus: anche il lockdown uccide

Mentre il mondo si appresta a ricominciare la vita nella seppur parziale normalità dopo il confinamento dovuto al COVID19, cominciano anche le ricerche per comprendere come il forzato confinamento imposto per limitare la pandemia ha inciso sulla vita delle persone.

E il primo dato allarmante che emerge è quello relativo alla violenza domestica, aggressioni e femminicidi che hanno avuto un incremento del 20% in tutti i Paesi. Secondo uno studio dell’Onu, quest’anno potrebbero esserci 15 milioni di casi di abuso in più, che potrebbero salire a 31 milioni se l’obbligo di restare a casa sarà prolungato di sei mesi.

I dati ce li fornisce uno studio della Unfpa, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa anche di fare indagini sulle popolazioni, realizzato insieme alla John Hopkins University, all’Università australiana Victoria e alla Avenir Health.

La cronaca ci riporta una realtà incredibile: in Gran Bretagna, la polizia ha arrestato più di 4mila persone per abusi domestici nelle prime sei settimane di isolamento nel Paese; le telefonate al numero creato dal governo per chiedere aiuto sono aumentate del 49%. In Messico, tra gennaio e febbraio, c’è stato un aumento del 9,1% dei femminicidi rispetto allo stesso periodo del 2019. In Argentina, in soli 14 giorni sono state uccise 12 donne.

Le violenze sono aumentate anche a New York del 30% ad aprile, secondo i dati forniti dal governatore Andrew Cuomo, e lo stesso è successo in Libano, in Malesia, in Cina. Il Parlamento europeo ha trasformato uno dei suoi edifici a Bruxelles, quello dedicato a Helmut Kohl, in un centro di accoglienza per le donne.

Lo studio ci dice inoltre che le conseguenze del lockdown si sono fatte sentire soprattutto nei paesi con sistemi sanitari e di protezione meno forti. Nel giro di 6 mesi, se dovessero continuare misure consistenti di blocco, 47 milioni di donne in Stati a basso e medio reddito potrebbero non riuscire a usare contraccettivi moderni, portando a 7 milioni di ulteriori gravidanze indesiderate.

La pandemia inoltre sta mettendo in grossa difficoltà tutti programmi di aiuto e assistenza, compresi quelli contro le mutilazioni genitali femminili e il matrimonio infantile, con il risultato che nei prossimi dieci anni potrebbero esserci circa 2 milioni di casi di mutilazioni genitali in più rispetto a quanto si sarebbe verificato e circa 13 milioni di matrimoni tra minori.

Anche in Italia la violenza sulle donne ha avuto nei primi mesi dell’anno un incremento esponenziale: donne costrette a rimanere chiuse in casa con compagni violenti che approfittando del momento non hanno esitato a perpetrare soprusi, sopraffazioni, aggressioni fisiche e psicologiche.

La sicurezza di tutti, e soprattutto dei soggetti più deboli, deve essere un diritto garantito in ogni momento storico, sociale e sanitario. Anche su questo bisognerebbe riflettere.

 

A cura di Valeria Lupidi – Vice Presidente ANCIS

PERCEZIONE E COMUNICAZIONE DEL RISCHIO, IL CASO COVID19

Il seguente testo è un estratto dall’intervento tenuto sabato 30/05/2020 nell’ambito del workshop “FIR Campania: strategie per la ripartenza” – con tematica “Gestione della comunità societaria: aspetti mentali e manageriali – organizzato dal Comitato Regionale Campania della Federazione italiana Rugby

 

Da qualche mese il principale argomento di conversazione e la maggiore preoccupazione delle persone è il COVID19 le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Senza entrare nel merito delle cifre, che peraltro ovviamente variano di giorno in giorno, vorrei focalizzarmi su due aspetti che questa crisi sanitaria ha fatto emergere: la comunicazione e la percezione del rischio.

Al momento non abbiamo ancora informazioni precise sulle caratteristiche del virus, nè su quali politiche di prevenzione e contenimento siano più efficaci, sembrerebbe quindi che proprio questa incertezza sia alla radice della grande preoccupazione legata al virus e ne condizioni anche il modo in cui ne percepiamo il rischio.

La percezione del rischio è una prerogativa chiave di molte teorie sul comportamento, tra queste troviamo la “Teoria della motivazione a proteggersi” secondo la quale, la motivazione a proteggersi dalla malattia  è il prodotto della percezione della gravità della minaccia, della percezione di vulnerabilità personale e dell’efficacia della risposta di coping (in psicologia il termine coping traducibile dall’inglese come “strategia di adattamento”, indica l’insieme dei meccanismi psicologici adattivi messi in  da un individuo per fronteggiare problemi emotivi ed interpersonali, allo scopo di gestire, ridurre o tollerare lo stress) nel ridurre la minaccia. La valutazione della minaccia consisterebbe dunque sostanzialmente in stime della probabilità di contrarre la malattia e della sua gravità.

Alla costruzione sociale del rischio concorrono molti fattori, anche piuttosto diversi tra loro: da un lato la scienza e la fiducia che le persone hanno in essa giocano un ruolo chiave, dall’altro lo stesso fanno elementi simbolici e irrazionali.

La percezione del rischio è però spesso distorta da errori cognitivi e quindi si può avere una sovrastima o una sottostima del rischio.

L’eccessivo ottimismo rispetto ai rischi per la salute è spesso osservato in relazione a rischi familiari, che seppure evidenti e noti, sono spesso percepiti in gran parte sotto controllo volontario (pensate a persone obese, o chi fuma e dice smetto quando voglio, o quando si crede che certe cose possano succedere solo agli altri). Questo ottimismo può comportare una errata percezione di sicurezza e la conseguente mancanza di giuste precauzioni. Ne risulta che alcune persone ritengono di poter controllare la loro esposizione alle malattie, di non aver bisogno di un vaccino perché meno sensibili alle malattie.

Solitamente invece, un pregiudizio pessimistico è più comune per i rischi percepiti come nuovi o meno familiari, ritenuti pertanto incontrollabili. Queste percezioni di rischio molto elevato, e a volte ingiustificato, possono portare al panico di massa e anche alla stigmatizzazione di specifici gruppi a rischio.

Perché le persone intraprendano volontariamente azioni precauzionali (quindi adeguate alla reale situazione) è necessario che queste siano prima di tutto consapevoli del rischio. Infatti le persone adottano comportamenti adeguati quando ritengono che siano realmente disponibili azioni protettive efficaci e quando ritengono di essere in grado di impegnarsi per adottare quel comportamento.

La gestione efficace dei rischi delle malattie, quando non è disponibile un vaccino, dipende in gran parte dal comportamento precauzionale della popolazione e questo, a sua volta, dipende in gran parte da una corretta comprensione del rischio, cioè una comunicazione che induca percezioni realistiche del rischio assieme ad una giusta competenza per promuovere e mettere in campo pratiche precauzionali.

Quando siamo insicuri e incerti su qualcosa facciamo affidamento sulle nostre sensazioni e su esperienze precedenti, invece che alle informazioni che ci vengono date. Ne sono un esempio le mascherine: indossarle o no. La diatriba è ancora aperta.

Il clima di incertezza rappresenta poi il terreno fertile per far fiorire la disinformazione, questo è il motivo per cui messaggi chiari, provenienti da fonti attendibili e indicazioni su cosa fare e come farlo sono essenziali durante la diffusione di un virus.

Messaggi di comunicazione del rischio che non sono compresi dal pubblico o che sono discordanti comportano inevitabilmente la mancanza di azioni precauzionali.

“Per comunicare efficacemente non basta utilizzare dati oggettivi o un approccio razionale, perché la percezione dei rischi è un fenomeno molto complesso che prende forma in base al vissuto e alle credenze delle persone”.

Purtroppo però i messaggi che comunicano rischi e allerte fanno gola ai media col risultato di una pericolosa e imprecisa amplificazione delle informazioni sul rischio reale che può portare al panico o, viceversa, al non fare nulla per proteggersi.

Sappiamo che in attesa di trattamenti specifici e di un vaccino i comportamenti previsti dei singoli (lavarsi le mani, gel , mascherina, distanza) sono le uniche armi che abbiamo per la gestione dell’emergenza.

Ma se i cittadini non hanno la percezione del rischio di contagio o sono terrorizzati, non attueranno queste prescrizioni perché ad influenzare il loro comportamento ci saranno i canali di comunicazione e le loro caratteristiche psicologiche.

Abbiamo avuto esempi di come la nostra valutazione del rischio non sempre segue logiche razionali (assalto ai supermercati appena attuata la “chiusura totale”, favorendo così il contagio).

L’incertezza dovuta poi alla novità porta a cercare informazioni  dappertutto, compresi i social, arrivando così ad avere anche false notizie o un eccesso di comunicazione.

Come comportarsi allora nell’ambito sportivo (e non solo) per rassicurare, ma senza abbassare gli allerta per la sicurezza?

Uno studio fatto nel Regno Unito suggerisce alcuni principi base per una efficace comunicazione sul covid19.

Il primo punto: l’obiettivo principale della comunicazione è mantenere la fiducia dei cittadini e poiché medici e scienziati hanno autorevolezza, sono quelli più capaci di diffondere fiducia nella comunità.

La comunicazione deve essere quanto più chiara e precisa in modo che non abbia bisogno di essere poi soggettivamente elaborata.

Perché le istruzioni da seguire vengano attuate occorre che siano comunicate in maniera semplice e facile da ricordare.

Man mano che si hanno più notizie sul virus occorre darle per ridurre il senso di incertezza.

Trasparenza operativa: mostrare il lavoro svolto dai vari operatori, cosa fanno le autorità per aiutare concretamente le persone nella gestione dell’emergenza.

Fare una comunicazione specifica e non generalizzata (diversi luoghi e diverse situazioni).

Evidenziare l’utilità percepita delle misure di contenimento adottate.

 

Valeria Lupidi – Vice Presidente ANCIS